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NOT FOR PROFIT: CONSIDERAZIONI ISTITUZIONALI



Problemi

E' sorprendente come, nonostante i rilevanti presupposti storici e lo sviluppo avuto nella società italiana, la concezione di not for profit sia oggi ancora così poco chiara. Spesso si parla indifferentemente di not for profit, terzo settore e volontariato come se fossero la stessa cosa e in questa confusione generale ciò che si intende con questi tre termini finisce con l'identificare una realtà marginale e senza rilevanza economica in quanto non può disporre di patrimonio e reddito.
Innanzi tutto il not for profit è oggi, in Italia, spesso confuso con il volontariato; in realtà il volontariato è solo una di queste forme, insieme alla quale esistono tutta una serie di "imprese" senza fini di lucro che presentano una struttura imprenditoriale e che operano in prevalenza con patrimonio e reddito allo scopo di rispondere ai bisogni di interesse collettivo delle persone (istruzione, sanità, scuola, cultura).
Se non è poi accettabile alcun appiattimento del not for profit sul volontariato, non è neppure condivisibile una sua identificazione col cosiddetto "terzo settore".
Il not for profit, secondo tale prospettiva, viene inteso come tertium tra Stato e mercato; l'espressione è da ritenersi equivoca poiché accredita l'idea di residualità e di supplenza: dove non può arrivare lo Stato e dove non ha convenienza ad operare l'impresa privata, lì si crea lo spazio per il not for profit.
Si configurerebbe come una sorta di terzo incomodo chiamato ad intervenire e a prestare i suoi servizi solo laddove gli altri non arrivano o hanno fallito.
Il problema sta proprio nel fatto che in Italia non si è ancora predisposti ad una concezione "positiva" del fenomeno not for profit e spesso lo si associa alle due definizioni sopra citate, impedendo così di comprendere la sua specificità e le sue peculiarità.
Sembra così fin d’ora necessario distinguere alcuni punti specifici per sgomberare definitivamente il campo da confusioni e incongruenze categoriali.


Per una definizione

Secondo il System of National Account, una sorta di carta degli statistici nazionali, le
organizzazioni not for profit si qualificano come enti "creati allo scopo di produrre beni o servizi il cui status non permette loro di essere fonte di reddito, profitto o altro guadagno finanziario per le unità che li costituiscono, controllano o finanziano”.
Dunque le not for profit sono realtà senza scopo di lucro che erogano servizi anche vendibili.
Possono avere patrimonio e utili, l'unico vincolo è che questi vengano reinvestiti nella struttura.
Per ciò che concerne Io scopo, le organizzazioni not for profit possono essere di tipo mutualistico oppure di pubblica utilità, rivolte alle persone o alla collettività. Le strutture mutualistiche, per la loro stessa natura, sono costituite da famiglie ed imprese, e forniscono servizi destinati ai propri soci.
Le not for profit di pubblica utilità erogano servizi alle persone o alla collettività; a questa seconda categoria appartengono le organizzazioni, prevalentemente emanazione di istituzioni pubbliche, che operano in settori come quelli dei servizi ambientali, della difesa e sicurezza, della previdenza sociale obbligatoria.
Invece le not for profit di pubblica utilità che erogano servizi destinati alle persone possono essere costituite da soggetti di natura pubblica o privata; il loro campo d'azione riguarda settori della vita sociale quali la sanità, l'istruzione, l'assistenza, la cultura, i servizi al lavoro.
Contrariamente a quanti molti ritengono, il not for profit non è un fenomeno di recente formazione in Italia, ha infatti una tradizione plurisecolare, che affonda le sue radici nelle grandi istituzioni caritative sorte già in epoca medievale.
La ricchezza di opere sociali di cui è intessuta la storia civile dell'Italia, è espressione della creatività del suo popolo e della capacità di questo di "mettersi insieme" per inventare risposte nuove ai diversi bisogni. Tale tradizione trova la sua origine in larghissima parte, nel cattolicesimo.
La Chiesa ha sempre riconosciuto il primato della persona, delle formazioni sociali, quindi, della società rispetto allo Stato; ha infatti individuato nel principio di sussidiarietà uno dei cardini della sua dottrina sociale. Questo principio sancisce il ruolo delle comunità intermedie, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e culturali, liberamente costituite dai cittadini, la cui esistenza e azione devono essere non solo rispettate dal potere, ma da esso favorite e sollecitate.
In aggiunta la Carta Costituzionale va ben oltre l'affermazione dei diritti individuali della persona; l'articolo 2 riconosce il ruolo centrale delle formazioni sociali come il luogo per eccellenza in cui si svolge la personalità del singolo.In questo modo i cittadini associandosi liberamente tra loro, possono rispondere con iniziative autonome ai bisogni della società; per far questo non è richiesta alcuna legittimazione preventiva o autorizzazione da parte delle istituzioni statali.


 Distinzioni preliminari

Il primo problema è la definizione del not for profit e della sua alterità e contiguità insieme con il profit.

Il not for profit non può che essere definito dalla sua stessa proposizione enunciante: not for profit sono tutte le attività che scaturiscono dall’ associare persone e cose in vista di determinati fini e che non devono dar vita all’ appropriazione di profitti da parte di coloro che di questa associazione detengono il controllo e/o la proprietà.

E’ questo il punto decisivo e che differenzia il not for profit dalla cooperazione e dal volontariato, oltrechè dall’impresa capitalistica.
Per spiegarsi: l’associazione di persone e mezzi in vista di un fine è consunstanziale alla produzione di un sovrappiù, perché se così non fosse quell’associazione, che per ora non chiamiamo impresa ma associazione per non confonderla con la vulgata capitalistica, non potrebbe autoriprodursi. Infatti, se non si è assistiti dall’ ossessivo statalismo, l’autoriproduzione sociale si determina solamente  destinando parte del profitto alla continuità associativa, secondo le regole civilistiche e manageriali che conosciamo.
Senonchè, per esempio nella cooperazione, tale profitto è ripartito, una volta conseguita l’autoriproduzione, secondo una logica di proprietà di gruppo e secondo finalità intergenerazionali e collettive.

Nel volontariato, d’altro canto, una volta perseguite le finalità dell’autoriproduzione, non rimane più nulla perchè tutti coloro che assicurano controllo e gestione dell’associazione non percepiscono stipendi, salari, ecc…( in questo caso, in effetti, l’autoriproduzione si realizza non calcolando le ricompense per amministratori e gestori…o, almeno, così dovrebbe essere… ma poi si scopre che il volontariato nella sua pura forma non esiste più…)

Nel not for profit, e questo ci pare dirimente, i controllori-gestori ricevono, invece, una ricompensa-salario, stipendio, una tantum, a seconda delle regole che ci si auto- assegna- e tale ricompensa determina la necessità-con altre necessità teleologiche- di assicurare la governance.

Per spiegarsi: anche nel not for profit esiste un’allocazione dei diritti di proprietà.

Essa può essere la più varia: una fondazione e quindi un patrimonio che non ha nulla a che vedere con la proprietà privata; un’allocazione privata o di piccoli gruppi, che posseggono i mezzi, le tecniche , gli immobili  e che li destinano non alla ripartizione del plus -valore o del sovrappiù o del profitto che dir si voglia.

E qui scatta la necessità dell’accountability e della compliance: esistono rischi di bad management e di bad governance? Certamente.

E questo perchè la governance dell’associazione not for profit deve proporsi una serie di obbiettivi assai più complessi del for profit.

Infatti la governance- qualsivoglia governance- non è un sistema di controlli e di meta controlli, ma, invece, un sistema di balance of power di tutti gli attori che hanno relazioni con la proprietà e le finalità dell’associazione-impresa o non impresa capitalistica- quali gli azionisti, i manager e, in un’accezione ampia della governance- che la definisce con sovradeterminanta dalla corporate social responsability- con i cosiddetti stakeholders.

Il diritto europeo dell’ impresa  ha assicurato l’egemonia continentale del modello tedesco, a questo riguardo, con il dualismo della rappresentanza e della rappresentazione, che anche l’italica legge Vietti ha consentito di recepire su base volontaria.

Ebbene: la governance del not for profit deve assicurare la balance of power e insieme istituire una serie di controlli e meta controlli per definire i quali ci sorregge la pratica e la teoria della governance capitalistica.

Ma oltre a ciò  deve assicurare la fedeltà alle teleologiche strutture del not for profit. Ossia deve assicurare che coloro che controllano e gestiscono non ricavino dall’associazione altro che la ricompensa stabilita dal patto che li ha legati all’associazione medesima, perchè se cosi non fosse la natura stessa dell’ associazione perderebbe di senso.

Naturalmente la buona governance del not for profit assicura che si perseguano i fini statutari, quali che essi siano.


Corporate Governance e not for profit: un’occasione reciproca

E’ bene ricordare come nella realtà profit da un punto di vista normativo la disciplina del governo societario in Italia è viziata da alcuni limiti strutturali: nel corso degli interventi del Legislatore, a partire dal testo unico sull’intermediazione finanziaria e la disciplina delle società quotate (d.lgs 24/2/1998, n° 58) fino alla legge per la tutela del risparmio (d.lgs 28/12/2005, n. 262), il corpus di indicazioni non ha dato vita ad un sistema generale armonico quanto ad una progressiva stratificazione di direttive in parte disorganiche.
Senza entrare nello specifico si può tuttavia sostenere che la mancanza di un sistema di riferimento univoco e la necessità di non irrigidire la normativa per tutelare decisioni autonome ed esigenze diverse appaiono come limiti evidenti per l’attuazione di meccanismi chiari e definitivi.
Centrale è il principio di autoregolamentazione che ad oggi governa la disciplina delle società quotate: se non è in discussione la legittimità di un provvedimento che lascia ai singoli attori la decisione di adottare le raccomandazioni (Codice Preda, 1999 e nuovo Codice di Autodisciplina, 2006), appare meno giustificabile la sostanziale indifferenza di giudizio che si viene a creare tra società che aderiscono alla raccomandazione e quelle che non compiono questa scelta, sia in modo formale che non.
Il punto è che in Italia, a differenza di quanto succede in Inghilterra e nel mercato nord-americano, non vi è differenziazione sostanziale tra aderenti e non aderenti all’autodisciplina: non esiste alcuna barriera d’ingresso alla quotazione di società che non mostrano di aver recepito le raccomandazioni, né è evidente la visibilità di quelle società che al contrario aderiscono alle indicazioni di Borsa Italiana e delle autorità preposte al controllo del mercato, dei suoi protagonisti e dei suoi interlocutori.

E’ qui che la trasposizione della governance capitalistica nel not for profit può costituirsi come momento essenziale di un più ampio scambio circolare tra le due diverse realtà.
Quello che qui si auspica come risultato naturale del processo di definizione di regole per l’agire socialmente responsabile è la proposta di un codice etico condiviso, o “manifesto per la governance nel not for profit”, che sia non solo un punto di riferimento per il consolidamento delle condizioni statutarie degli Enti operanti in questo settore, ma anche un certificato di garanzia per tutte quelle realtà che vi si riconoscono apertamente.
L’adesione a tale manifesto dovrebbe avere una valenza effettiva, non puramente nominale, di modo da avviare un processo virtuoso in grado di dare valore di mercato alle scelte in favore dell’accountability e della compliance.
Del resto gli obiettivi generali dei sistemi di controllo della governance nel profit sono a grandi linee i medesimi dei corrispettivi nel not for profit: se, come detto, è propria anche di quest’ultima realtà la produzione di un sovrappiù e la centralità dei diritti di proprietà, medesimi sono i meccanismi necessari per il controllo contabile e quello di legittimità, che devono qui essere orientati alla continuità associativa e alla riproduzione sociale.
Stesso discorso spetta al controllo di merito: sono le strutture teleologiche risultanti dal patto tra associazione, gestore e controllore a rendere necessaria la conduzione e il controllo di pratiche  che devono essere per definizione aderenti agli obblighi e ai fini statutari.
Ecco dunque profilarsi la possibilità di una legittimazione della governance capitalistica attraverso l’applicazione di criteri qualitativi nei meccanismi di controllo e nella balance of power del not for profit: l’ambizione è quella di valorizzare la visibilità dell’adesione a pratiche condivise, il cerchio si chiude.


Amministratori indipendenti del not for profit

Il profilo dell’amministratore indipendente del not for profit nasce da questa silhouette della teleologia del not for profit:
 
egli deve:
1.vigilare che si rispetti la natura del patto tra associazione e gestore e controllore;
2.assicurare che si rispettino le finalità statutarie;
3.garantire l’efficacia dei controlli e del meta-controlli (e quindi si devono prevedere oltre ai CdA e ai Collegi Sindacali, Audit Committee e Internal Audit).
 
Egli è:
allorché così può operare se non ha relazioni economiche di nessun tipo-salvo la ricompensa stabilita come amministratore-con l’associazione e se non ha conflitti di interesse teleologici con la stessa ( per esempio:  non  può fare l’amministratore indipendente not for profit nel campo della  sanità colui che possiede un ospedale privato, oppure siede in un CdA di un ospedale privato o pubblico, per esempio, e via discorrendo).



Statistiche

Dalla scarsa considerazione delle realtà not for profit scaturiscono una serie di mancanze come: statistiche incomplete e poca chiarezza sul piano legislativo e fiscale. Il not for profit è dimezzato poichè in Italia manca ancora un quadro giuridico che tenga conto della complessività e della vastità del fenomeno. Questa situazione ha portato all'emanazione di leggi speciali con le quali venivano regolate di volta in volta singole espressioni del not for profit: volontariati, enti lirici, cooperative sociali, etc...;  tali leggi hanno disaggregato il not for profit.
All'origine c'è un elemento di grande confusione e cioè il fatto che non viene assolutamente riconosciuto che il "pubblico" non coincide con l'ambito ristretto di ciò che è "statale".
Anche sul versante fiscale poi, il not for profit paga gli effetti della mancanza di chiarezza; finora è stato una categoria pressoché ignorata dal legislatore fiscale. Il rischio è che, mancando un inquadramento civilistico delle organizzazioni not for profit, si finisca col regolare il settore sulla base della disciplina fiscale.
Innanzitutto non esiste in Italia nessun registro amministrativo che consenta una conoscenza completa e aggiornata delle inverse not for profit.
Le indagini campionarie sulle "not for profit" non possono oggi che essere condotte su basi molto incerte: in mancanza di tavole statistiche e di liste aggiornate sull'universo, esse si limitano a rappresentare i soli rispondenti. In particolare il campo di osservazione si restringe alle istituzioni private trascurando la parte più interessante, cioè le not for profit di pubblica utilità; le not for profit dei settori istruzione, sanità e assistenza sono confuse tra le istituzioni pubbliche o private.
Da una ricerca internazionale su sette paesi è risultato che il not for profit italiano, con 418mila occupati, rappresenta poco più dell’1% dell'occupazione nazionale e conta un fatturato complessivo che, rapportato al Pil, raggiunge il 2,1%; percentuali che salgono rispettivamente al 3,1 e al 2,8 se si considera anche il lavoro di 304mila volontari.
Le organizzazioni si possono suddividere in cinque modelli differenti, in base a due variabili: la quota dei fondi pubblici sul totale delle entrate e il rapporto tra volontari e lavoratori retribuiti.
Ad un estremo vengono individuati ì "servizi leggeri e commerciali", vale a dire quelli che non implicano forniture in senso proprio o che, comunque, non effettuano servizi a persone in difficoltà: tutti questi organismi contano un numero di volontari superiore a quelli dei dipendenti e una quota di entrate pubbliche inferiore al 50 per cento.
Questa è la maggioranza delle realtà censite, che attira il 35% dei volontari mentre danno lavoro solo al 7% del personale complessivo; in sostanza sono gli enti che più tipicamente rappresentano il settore not for profit: come la Caritas, i club, le associazioni a tutela dei diritti civili, i sindacati degli inquilini e così via.
Agli antipodi, invece, si collocano le organizzazioni che si possono definire "parastatali", perché godono di ingenti entrate pubbliche e hanno moltissimo personale stipendiato: rappresentano meno del 4% del totale censito, ma danno lavoro al 27% dell'intero comparto. Si tratta di ospedali, enti che si occupano di istruzione professionale per adulti e attività di tutela legale come gli istituti di padronato.


Not for profit in Italia
 

Numero Complessivo di occupati: 4 18.128
% sul totale occupati: 1.08%

Distribuzione % delle spese per settore
Cultura e ricreazione: 11,4%
Educazione e ricerca: 20,7%
Sanità: 17,1%
Assistenza sociale: 21,4%
Ambientalismo: 0,2%
Promozione comunità locale: 1,6%
Prom.tutela diritti civili: 2,3%
Intermediari filantropici: 0,9%
Attività internazionali: 1,7%
Org.imprenditoriali,sindacali e professionali: 22%

 

Not for profit a Milano

Percentuali
Cultura e ricreazione: 24%
Istruzione e ricerca: 7,7%
Sanità: 11,6%
Servizi sociali: 41,7%
Ambientalismo: 4,4%
Promozione comunità locale, tutela inquilini: 1,6%
Promozione e tutela diritti civili: 6,2%
Intermediari filantropici: 0,8%
Organizzazioni internazionali: 1,5%
Altro: 0,5%