Voci dal Terzo settore
Progetto Arca. Trent’anni di “primo aiuto” da via degli Artigianelli a Casa Jannacci
A cura di Lorenzo Roberto Quaglia
C’è una parola che Progetto Arca non smette di ripetere da trentadue anni: primo.
Primo aiuto, prima accoglienza, primo contatto. Non è un vezzo retorico. È la descrizione di un obiettivo: arrivare prima che una persona in strada smetta di essere considerata una persona, prima che il freddo o la fame facciano quello che spesso il resto del mondo ha già fatto, cioè voltarsi dall’altra parte.
Il 25 marzo 1994, a Milano, un gruppo di volontari del Rifugio di Fratel Ettore Boschini fonda Associazione Progetto Arca. Insieme al Centro Ambrosiano di Solidarietà apre la prima struttura per persone senza dimora con problemi di dipendenza: gli anni Novanta milanesi sono quelli dell’eroina nei parchi e delle overdose contate al mattino, e Progetto Arca nasce lì, in mezzo a quel problema specifico, non come idea generale di solidarietà. Riconosciuta onlus nel 1998, si trasforma in Fondazione nel 2008: da associazione di volontari a organizzazione strutturata, con un consiglio di amministrazione e un bilancio da rendicontare.
Da quel primo punto fisso, l’azione si allarga per successive emergenze, ognuna con una data e un motivo preciso. Nel 2011 l’adesione allo SPRAR e la prima accoglienza umanitaria legata alla guerra civile libica. Nel 2013 l’Hub di primo aiuto in Stazione Centrale, aperto durante l’emergenza Siria. Nel 2020 le Cucine mobili e gli ambulatori vaccinali su strada per proteggere le persone senza dimora durante il Covid. Nel 2022, quarantotto ore dopo l’inizio della guerra in Ucraina, il primo convoglio umanitario di Progetto Arca è già sul confine romeno-ucraino. Nel 2025 l’organizzazione coordina, su incarico di Regione Lombardia, la campagna “Mai soli” per i bambini palestinesi ricoverati negli ospedali lombardi, e accoglie alcune famiglie palestinesi nei propri appartamenti.
Ma la storia recente di Progetto Arca non è solo emergenza: è anche casa, nel senso più letterale. All’Abbazia di Mirasole, a Opera, l’impresa sociale Abbazia Mirasole trasforma nel 2016, grazie a un’aggiudicazione trentennale, un complesso monastico in luogo di accoglienza e integrazione lavorativa. Nel 2021 apre a Milano “Cascina Vita Nova”, che accoglie in appartamento persone senza dimora con i propri amici a quattro zampe – un dettaglio che dice quanto l’organizzazione sia consapevole dell’importanza di non separare le persone da ciò che rappresenta un legame affettivo importante. Nel marzo 2026 apre “Casa Seneca”, nel quartiere Baggio: venticinque nuovi appartamenti per anziani soli, mamme con bambini, famiglie in difficoltà economica e abitativa. E da agosto 2024, insieme ad altre otto organizzazioni, Progetto Arca è presente nella cordata che gestisce la più grande struttura di accoglienza del continente.
Dietro ai numeri del 2025 – 45.721 persone aiutate, 4,3 milioni di pasti distribuiti, 707 mila giornate di accoglienza, secondo l’ultimo bilancio sociale – c’è una struttura di governance che si è fatta via via più solida. Alberto Sinigallia è presidente della Fondazione; Edoardo Boeris guida la Direzione Generale. Dal 2023 Progetto Arca è Organizzazione della Società Civile, parte del sistema di cooperazione internazionale allo sviluppo; dal 2026 è Ente del Terzo Settore, iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore. Il Piano strategico 2025-2030, intitolato “Coltiviamo speranza”, è stato scritto coinvolgendo insieme al consiglio di amministrazione i dipendenti e alcuni esperti esterni: un dettaglio che vale la pena notare, perché non tutte le fondazioni di questa dimensione scelgono di scrivere la propria strategia a più mani.
Trentadue anni dopo la prima struttura per persone con dipendenze, Progetto Arca è oggi un’organizzazione attiva in tredici Paesi, che gestisce la più grande struttura di accoglienza del continente e coordina raccolte fondi su incarico delle istituzioni. È cresciuta, in altre parole, esattamente nella direzione opposta a quella che il suo nome suggerirebbe: non un rifugio temporaneo in attesa che le acque si ritirino, ma un’infrastruttura permanente costruita perché le acque, in una città come Milano, non si ritirano mai davvero.

