Voci dal Terzo settore
Quarant’anni al servizio della vita: la storia del CAV Ambrosiano
A cura di Lorenzo Roberto Quaglia
Quando una donna si trova sola, spaventata, di fronte a una gravidanza che non sa se riuscirà a portare avanti, il primo passo è spesso il più difficile: quello di chiedere aiuto. A Milano, dal 1980, c’è un luogo che aspetta quel passo. Si chiama Centro di Aiuto alla Vita Ambrosiano – per tutti, semplicemente, il CAV.
Quarant’anni non sono solo una data da celebrare. Sono migliaia di storie, di gravidanze accompagnate, di bambini nati in un contesto di amore invece che di paura, di madri che hanno trovato la forza di andare avanti. Sono le mani di centinaia di volontari che, nel corso dei decenni, hanno scelto di mettere a disposizione il proprio tempo, le proprie competenze, il proprio cuore.
Un’idea nata dal basso, un’associazione cresciuta con la città
Il CAV Ambrosiano nasce nel 1980, pochi anni dopo l’approvazione della legge 194/78 sull’interruzione di gravidanza. Un gruppo di volontari, accomunati dalla convinzione che ogni vita nascente meriti di essere sostenuta, decide di agire concretamente: non con dichiarazioni, ma con presenza, ascolto e aiuto materiale. L’obiettivo era – e rimane oggi -quello di rimuovere i condizionamenti che spingono una donna a sentire la maternità come un peso insostenibile: la precarietà economica, la solitudine, la mancanza di una rete familiare.
Nel 1986 il CAV si costituisce formalmente in associazione, e quattro anni dopo ottiene il riconoscimento giuridico e l’iscrizione all’Albo Regionale del Volontariato. Ma la vera crescita non si misura in certificati: si misura nel numero di persone raggiunte, nelle strutture aperte, nella rete costruita anno dopo anno con pazienza e dedizione.
Nel 1988 nasce Casa Letizia, una comunità di accoglienza per nuclei mamma-bambino nel quartiere Baggio, a Milano. È uno spazio fisico e umano che negli anni ha accolto decine di mamme, molte delle quali arrivate senza nulla – spesso senza neppure un indirizzo a cui tornare. Nel 2009 il CAV, insieme alla Cooperativa Sociale Tuttinsieme, dà vita al Consorzio Solidarietà e Futuro per la gestione dei servizi residenziali. Oggi la rete comprende sportelli in diversi punti della città, presidi ospedalieri presso il San Carlo Borromeo e il San Paolo, e collaborazioni strutturate con altri enti del territorio.
Il primo colloquio: dove tutto comincia
Ogni storia al CAV comincia con un colloquio. Una donna arriva – a volte su segnalazione di un medico, a volte perché qualcuno gliene ha parlato, a volte perché ha trovato il numero quasi per caso – e viene ascoltata. Senza giudizio, senza fretta.
Da quel momento, l’associazione cerca di rispondere ai bisogni concreti: pannolini, latte, vestitini, un pacco alimentare. Ma anche orientamento ai servizi del territorio, supporto psicologico, visite ginecologiche attraverso la collaborazione con il consultorio Camen. E, per le situazioni più delicate, un percorso di accompagnamento che può durare mesi, talvolta anni.
Oggi il CAV segue ogni anno circa 230 mamme, tra italiane e straniere, con bisogni diversi ma con una radice comune: la sensazione di non farcela da sole. Il Centro esiste per dimostrare che non è così.
Il cuore del CAV: i volontari
Se c’è un’anima nell’associazione, si chiama volontariato. Oggi intorno al CAV ruotano circa 80 volontari: una parte opera nella sede di via Tonezza, altre nelle strutture di accoglienza sul territorio. Sono persone di età e percorsi di vita diversissimi. C’è chi viene da un’esperienza professionale nel sociale, chi lo fa per la prima volta, chi è in pensione e ha tempo e voglia di mettersi a disposizione, chi è giovane e cerca un modo concreto di abitare la città.
Il volontariato al CAV non è mai improvvisato. Ogni persona che entra a far parte della rete viene inserita in un percorso di formazione specifico e permanente: si impara ad accogliere, ad ascoltare, a stare accanto senza sostituirsi. Perché la prossimità autentica è una competenza, non solo una buona intenzione.
Nelle strutture residenziali come Casa Letizia, i volontari affiancano gli educatori professionali nel quotidiano: aiutano con i bambini nel tardo pomeriggio, accompagnano le mamme alle attività extrascolastiche, organizzano momenti di socialità. La loro presenza dà alla comunità una dimensione familiare che nessuna struttura formale potrebbe garantire da sola.
Chi ha vissuto dall’interno questa esperienza racconta spesso di aver ricevuto molto più di quanto ha dato. Incontrare la fragilità altrui, e scoprire di avere le risorse per starle accanto, è una forma di crescita che poche esperienze sanno offrire.
Una rete per la vita: non si fa da soli
Una delle parole che ritorna più spesso quando si parla del CAV è “rete”. Non una rete astratta, di cui si riempie la bocca nelle relazioni annuali e nei convegni, ma una rete concreta: fatta di associazioni che comunicano tra loro, di enti che collaborano, di persone che si fidano le une delle altre.
Il CAV Ambrosiano fa parte di Federvita Lombardia, aderisce al Centro Nazionale del Volontariato e al Ciessevi, è socio fondatore della Fondazione Ambrosiana per la Vita. Ha sportelli in parrocchie, consultori, ospedali. Lavora con i servizi sociali comunali, con le cooperative sociali, con i medici di base. Questa capillarità non è un merito organizzativo: è la condizione necessaria perché nessuna donna cada nelle maglie di un sistema che spesso non vede i bisogni più invisibili.
Perché la fragilità è spesso silenziosa. Non si annuncia, non bussa alle porte delle istituzioni. Va intercettata, con pazienza e presenza capillare. Ed è proprio questo che il CAV ha imparato a fare in quarant’anni di lavoro.
Quarant’anni, e lo sguardo avanti
Il 7 febbraio 2026, nella chiesa dei Santi Nabore e Felice a Milano, il CAV Ambrosiano ha festeggiato i suoi quarant’anni con un concerto del OneSoul Gospel Choir. Una serata piena di musica, ma soprattutto di persone: volontari storici e nuovi, mamme che hanno attraversato il Centro in anni diversi, collaboratori, amici. Una comunità che si riconosce tale.
Quarant’anni non significano stanchezza. Significano esperienza, consapevolezza, e anche la capacità di interrogarsi: perché le richieste di aiuto sono cambiate? Come raggiungere chi non sa ancora che esiste un posto dove andare? Come formare nuovi volontari in un’epoca in cui il tempo è sempre meno, ma il bisogno di prossimità è sempre più grande?
In un’Italia in cui il calo delle nascite e la fragilità economica mettono sotto pressione le famiglie, realtà come il CAV Ambrosiano non sono un lusso. Sono un presidio civile. Dimostrano che la solidarietà organizzata funziona, che il volontariato non è nostalgia di un’epoca passata ma una forma moderna e necessaria di cittadinanza attiva.
Sostenere il CAV – con il proprio tempo, con una donazione, semplicemente parlandone – significa scegliere da che parte stare. Quella di chi crede che nessuna donna debba affrontare da sola il momento più delicato della propria vita.

