Segnalazioni
Volontariato e gratuità: tra storia, attualità e futuro
di Gianfranco Fabi
Pubblichiamo il testo dell’introduzione di Gianfranco Fabi al libro “Al cuore della gratuità” (ed. Concreo) che raccoglie i testi del prof Giampaolo Cottini a convegni su “cura, volontariato, bene comune”. Il libro è stato presentato nel giugno scorso a Varese.
“Il motivo di qualunque impegno verso gli altri è la percezione di un bene originario che deve essere comunicato: è a partire da una pienezza di umanità sperimentata che si può dare origine ad un lavoro di cura verso la persona dell'altro veramente autentico”. Con queste parole, dopo una citazione di San Tommaso, Giampaolo Cottini, inizia il suo percorso (“Educarsi alla carità”) nella dimensione del volontariato, un percorso che scava nel profondo dell’umanità per portare a galla valori umani e dimensioni etiche. Un percorso che, proprio per questo, non ha perso importanza ed attualità.
In queste pagine si portano in primo piano i principi fondamentali che stanno alla base di un impegno verso gli altri che sembra scaturire spontaneamente dal bisogno di esprimere la propria umanità, ma che è frutto anche di relazioni che nascono da esperienze lontane e da testimonianze vicine.
C’è infatti un lungo cammino alla base dello sviluppo delle diverse forme di volontariato, di impegno sociale, di solidarietà operative. Un cammino che si è sviluppato nella società, non solo italiana, per uno spirito di solidarietà spinto anche dalla necessità di colmare la perenne incapacità dello Stato da una parte e del mercato dall’altra, di rispondere ai bisogni delle persone e delle collettività.
L’origine delle espressioni concrete di solidarietà si perdono nella vastità della storia. “I poveri li avrete sempre con voi!” E’ scritto nel Vangelo sottolineando la necessità di un amore verso il prossimo che è una linea guida del messaggio cristiano. Ma già nell’Antico Testamento non mancano i richiami ad un fattivo impegno sociale, come afferma il Salmo 41: “Beato l’uomo che ha cura del debole, nel giorno della sventura il Signore lo libera”.
La tensione alla solidarietà è scritta nel cuore dell’uomo, è quella “pienezza di umanità” ricordata da Cottini, ed ha sempre avuto nel corso dei secoli espressioni vaste ed efficaci.
Ma è nel Medioevo che volontariato, gratuità e solidarietà entrano a far parte visibilmente della dimensione sociale non solo attraverso l’impegno dei singoli, nella pur positiva logica dell’elemosina, ma anche attraverso istituzioni destinate ad essere un punto di riferimento per una sempre più consolidata presenza di quello che oggi viene chiamato welfare.
Nacquero così le Misericordie, le confraternite, le corporazioni, gli Spedali, i monti di pietà, i monasteri. Città come Siena portano ancora oggi i segni di quello sviluppo delle iniziative. L’Ospedale di Santa Maria della Scala, proprio di fronte al Duomo ha compiuto mille anni ed è il classico esempio di Xenodochium, un luogo di accoglienza per forestieri, pellegrini e poveri, data anche la vicinanza con la Via Francigena, non solo l’itinerario dei pellegrinaggi tra l‘Europa del Nord e Roma, ma anche una importantissima strada per i commerci molto sviluppati nonostante i trasporti fossero ancora basati su carri e cavalli. E il Monte dei Paschi, la banca più antica del mondo, ha la sua origine nei Monti di pietà creati, come vedremo, dai frati francescani per contrastare il diffondersi dell’usura e finanziare le piccole attività agricole.
Si può osservare come lo sviluppo delle istituzioni di solidarietà sia avvenuto nel Medioevo pur nella mancanza di quello che oggi chiameremmo un “articolato quadro giuridico” in un alternarsi di contrasti e collaborazioni tra la Chiesa, che rivendicava il controllo di tutto il sistema della beneficenza, e le strutture civili, impegnate in molti casi a dimostrare la propria attenzione verso i bisogni di cura. Un esempio di questa politica sociale la si può trovare, per esempio, nella realizzazione della Ca’ Granda, il maggiore ospedale di Milano (ora sede dell’Università degli studi), realizzato dagli Sforza unificando piccoli ambulatori locali. Per evitare contese e insieme per ottenere la collaborazione dei cattolici impegnati nella società gli Sforza chiesero e ottennero fin dall’inizio l’approvazione pontificia.
Per tutto il Medioevo, fino all’inizio dell’800 con la conquista dell’Italia da parte di Napoleone, le Confraternite costituirono la struttura portante dell’impegno sociale con iniziative non solo sul fronte della cura e dell’assistenza sanitaria, ma anche per l’assistenza i poveri, per l’educazione, per il sostegno delle iniziative religiose come dimostrano a tutt’oggi, le sagre e le processioni, come quelle di Gubbio o Viterbo, che anno dopo anno restano un appuntamento importante anche se hanno assunto più un aspetto folcloristico che religioso.
All’origine le Confraternite si configurano come vere e proprie imprese sociali: hanno un patrimonio, garantiscono una gestione che comprende sia lavoro volontario, sia prestazioni professionali, perseguono una missione che può essere religiosa e assistenziale.
A fianco delle istituzioni di assistenza dedicate ai poveri e ai malati è significativo ricordare come, nello stesso spirito e nello stesso periodo, nacquero le prime strutture bancarie. Nella metà del Tredicesimo secolo, mentre le disposizioni canoniche vietavano il prestito con interesse, un frate e teologo francescano, Pietro di Giovanni Olivi, detto Doctor Speculativus, ebbe il coraggio di dare un nuovo senso al denaro guardando ai capitali e al denaro in analogia con sorella acqua, che è “utile, umile, preziosa e casta” quando è acqua corrente, ma che, se ristagna, imputridisce e puzza. Quindi i capitali devono muoversi, finanziare investimenti, aiutare le piccole imprese e non essere più “sterile pecunia”. I primi Monti di Pietà sollecitavano la raccolta del denaro per poi prestarlo ai poveri, anche sottolineando gli aspetti legati alla solidarietà. I clienti potevano così trovare prestiti a condizioni particolarmente convenienti, facendo comunque fruttare il denaro dei sostenitori spinti non solo dalla piccola remunerazione dei propri depositi, ma anche dai vantaggi spirituali perché ogni cliente dell’istituto avrebbe testimoniato la generosità dei benefattori facilitandone l’accesso al regno dei cieli.
Il Medioevo, nonostante l’immeritata fama di “secoli bui”, è stato un lungo periodo caratterizzato dal fiorire delle iniziative sociali, dal diffondersi attorno ai conventi, ma non solo, delle opere di accoglienza, così come dalle risposte alle emergenze, come le epidemie, la peste, le carestie, che periodicamente coinvolgevano tutti i paesi.
I secoli successivi hanno visto la crescita istituzionale delle opere di carità. E’ nell’Ottocento che nascono le prime fondazioni che offrono una veste giuridica e una stabile organizzazione per raccogliere le offerte e gestire gli interventi. E progressivamente il panorama delle attività assistenziali si allarga. Sotto la spinta dei profesti della carità nascono istituzioni che diventeranno sempre più importanti, come la Piccola casa della Divina Provvidenza, nota dal nome del suo fondatore Giuseppe Benedetto Cottolengo, che muove i suoi primi passi a Torino nel 1828. Sempre nell’Ottocento nascono le prime banche popolari, le casse rurali, le banche di credito cooperativo di pari passo con lo sviluppo economico dei territori: realtà che nascono dal basso caratterizzate da un’ampia partecipazione. Importanti per accompagnare l’insediamento delle prime fabbriche, e quindi l’emergere di una nuova classe operaia, sono le società di mutuo soccorso che garantivano ai soci i più elementari elementi di welfare come una rendita pensionistica per i fabbisogni vitali così come l’assistenza di base in caso di malattie e infortuni.
Si può dire che l’Italia tra Otto e Novecento era caratterizzata da una fitta rete di strutture assistenziali, in gran parte di piccole dimensioni, ma i cui interventi coprivano uno spettro molto ampio di interessi: dagli orfani alle vedove, dai carcerati ai disabili, dalla maternità all’assistenza ai fanciulli. Un impegno encomiabile, ma largamente frammentato in enti di piccole o piccolissime dimensioni e con profonde differenze tra le Regioni e tra Nord e Sud.
La legge Crispi del 1890 fu il primo intervento organico per razionalizzare i sistemi di welfare, per dare una forma giuridica alle opere pie, per integrare le iniziative private, che rimanevano largamente maggioritarie, con un intervento pubblico essenzialmente regolatorio e di garanzia. Con questa legge tuttavia vennero anche istituite le Ipab (Istituto pubblico di assistenza e beneficenza) con il compito anche di assorbire gli enti ecclesiastici in difficoltà. Proprio questi aspetti, peraltro, non mancarono di creare nuovi contrasti tra Stato e Chiesa anche per il carattere misto religioso e insieme assistenziale delle confraternite.
Il fascismo si mosse su due piani. Da una parte con il Concordato del 1929 riconobbe, in teoria, autonomia e ampie possibilità operative agli enti ecclesiastici, ma d’altra parte accentuò la presenza dello Stato nella sanità, nell’istruzione e nella previdenza con strutture nazionali e locali strettamente controllate dal partito. Soprattutto alla fine degli anni ’30 la mano dello Stato divenne sempre più stringente: a livello locale la gestione del welfare divenne monopolio degli Ecfa (Enti comunali fascisti di assistenza) presieduti dal Podestà di nomina governativa e con i consigli formati dai segretari dei fasci da combattimento.
Con la nascita della Repubblica lo scenario del sistema assistenziale cambiò profondamente. Si è così sviluppata la cooperazione su molti fronti, dal lavoro, al commercio, alle banche. E pur sviluppandosi una sempre più forte presenza dello Stato, per esempio con l’avvio nel 1978 del Sistema sanitario nazionale, il ruolo del non profit è rimasto in primo piano: in un quadro giuridico ben definito hanno potuto nascere e crescere nuove iniziative rendendo concreto il principio di sussidiarietà prestando nuovi servizi e arricchendo quelli forniti dal pubblico.
E’ così cresciuta la presenza di quello che è stato chiamato Terzo settore con una forte presenza sociale e pari dignità rispetto alle altre iniziative private o statali. Con un’evoluzione, tuttavia, che si sta muovendo su due fronti. Da una parte l’attuazione della riforma del 2016 che ha istituito la qualifica di Ets (Ente del terzo settore), dall’altra la sempre più ampia panoramica delle forme che assume la solidarietà.
Tra le principali novità portate dalla riforma vi è l’introduzione del Codice del Terzo Settore, un decreto legislativo che raccoglie tutta la normativa riguardo gli enti del Terzo settore. Inoltre, la riforma ha anche portato all’istituzione del Runts, il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, e cioè un elenco comprensivo di tutti gli enti esistenti all’interno del nostro Paese.
Il volontariato ha senso ed efficacia all’interno di strutture ed organizzazioni alla cui efficienza non basta la pur necessaria buona volontà dei singoli. E d’altra rientrano di diritto nel mondo dell’attenzione al prossimo tutte le forme di responsabilità sociale e di rispetto dei parametri Esg (Environmental, Social, Governance) che costituiscono ormai un principio di osservazione anche sotto il profilo delle valutazioni finanziarie. Senza dimenticare la crescita delle società “benefit”, aziende che pongono esplicitamente tra i loro obiettivi non solo il profitto, ma anche la creazione di valore per la collettività e l’ambiente.
Proprio l’ambiente, il rispetto della natura, la protezione del creato, è la nuova frontiera dell’impegno sociale come ha vigorosamente ricordato Papa Francesco nell’enciclica Laudato sì, un appello all’ecologia globale che è anche un richiamo all’impegno contro le disuguaglianze, alla lotta alla povertà, alla sfida per combattere fame e sottosviluppo.
La dimensione globale di questo impegno non deve comunque far dimenticare che il primo protagonista non può che essere il mio prossimo: il Samaritano del Vangelo così profondamente ricordato da Giampaolo Cottini.
Riprendere in mano questi scritti vuol dire allora mantenere l’attenzione sul valore delle esperienze di volontariato, esperienze sempre più importanti per affrontare i gravi problemi della società contemporanea. Come ha ricordato Stefano Zamagni riferendosi al tema della sanità al Meeting di Rimini: “La salute è un “bene comune”, vuol dire che non è né un bene pubblico né un bene privato e le regole di governance della sanità non possono essere né solo di tipo pubblicistico né solo di tipo privatistico, ma ci deve essere un modello di governance di tipo comunitario, un modello che unisce pubblico, privato e civile». Aggiungendo: “I bisogni in ambito sanitario li conoscono meglio i volontari, le associazioni di volontariato, le cooperative sociali che stanno in mezzo alla gente, sentono quello di cui c’è bisogno. Può decidere le priorità chi sta chiuso in un ufficio e sta in mezzo alla burocrazia?”
Anche per questo le approfondite riflessioni di Giampaolo Cottini costituiscono un forte richiamo alla responsabilità di ciascuno. Soprattutto in questa società sempre più complessa e interconnessa, ma insieme segnata da gravi problemi sociali e inaccettabili disuguaglianze. Ed è così importante ricordare le grandi tradizioni di solidarietà nella storia italiana così come i profondi valori umani che si ritrovano nel volontariato, nella gratuità, nell’impegno sociale.

Gianfranco Fabi
Giornalista, past president Argis
